Trigger points: la mappa completa




I trigger points, definiti anche “punti grilletto”, sono dei disturbi muscolari che manifestano il dolore lontano dalla parte del corpo in cui sono posizionati.

Sono delle piccole contratture che si formano nei muscoli generando, come conseguenza, malessere cronico, definito anche sindrome dolorosa miofasciale.

La gestione del dolore, e più specificamente il trattamento delle sindromi dolorose miofasciali, è ormai sempre più oggetto di studio, incontro e confronto per gli esperti della salute.
Agopuntori, medici e praticanti di varie terapie manuali e fisiche, come l’MCB, che in precedenza avevano ben poche informazioni a riguardo, ad oggi possono contare su numerosi articoli, studi e costanti ricerche.

La dottoressa Janet Travell (1901 –1997) ha dedicato la vita a chiarire e catalogare le sindromi dolorose miofasciali; la sua opera ha fornito una base di realtà sfuggita a tanti altri terapisti, dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio che il dolore origina dalla disfunzione muscolare.

Fino a poco tempo fa, gran parte della comunità medica trascurava la muscolatura come fonte di dolore e sofferenza.
Attraverso l’operato di Janett Travell, con i suoi sistematici sforzi per individuare e tracciare gli schemi di propagazione del dolore associati a trigger point muscolari e l’enfasi posta sui vari metodi per eliminarli, ci è stata fornita la base per il trattamento di quel dolore cronico che tormenta tante persone.

Quali sono le tipologie di trigger points

Negli esseri umani la muscolatura costituisce dal 40 al 50 per cento del peso corporeo totale.

Considerata come entità unitaria (come deve essere del resto in ambito terapico), essa può essere definita l’organo interno più grande del corpo.

I muscoli possiedono tre funzioni principali.
In primo luogo, contribuiscono al sostegno e al contenimento degli organi interni.

Successivamente, permettono il movimento di tutto il corpo, e i movimenti dei singoli organie delle sottostrutture.

Infine, il movimento produce calore e pertanto contribuisce alla regolazione della temperatura interna, la terza funzione principale dei muscoli.

Le tre tipologie di muscoli (scheletrico, viscerale e cardiaco) assicurano appunto tali funzioni.

Tra i molti fattori che contribuiscono al dolore e alla disfunzione di un muscolo, uno è rappresentato dallo sviluppo di trigger point all’interno di esso.

La dottoressa Janet Travell descrive i trigger points come un “locus iperirritabile all’interno di una banda di muscolo scheletrico, individuabile nel tessuto muscolare e/o nella fascia a esso associata”.

I trigger points miofasciali individuabili nel muscolo (in genere scheletrico) o nella fascia muscolare, sono quelli prevalenti e più sintomatici. Possono tuttavia essere presenti anche nei tessuti fasciali cutanei, legamentosi, perisotali e non muscolari.

Un trigger point miofasciale è costituito da quella zona o quel punto lungo la banda muscolare contratta in cui la sensibilità al dolore raggiunge al suo massimo grado.

Posso essere latenti o attivi. In entrambi i casi provocheranno rigidità e debolezza del muscolo interessato, limitandone la pienaescursione articolare. La rigidità si nota al massimo dopo periodi di inattività, mentre la debolezza è di solito più variabile.

Sia i trigger points attivi che quelli latenti tendono a presentarsi dolenti alla palpazione.

I trigger points attivi si differenziano da quelli latenti in quanto provocano dolore, e per questo hanno ingenere una maggiore importanza dal punto di vista clinico.

I trigger points latenti sono di gran lunga più frequenti di quelli attivi e si trovano comunemente in quegli schemi di contrattura muscolare che definiscono spesso la postura “normale” della persona.

Possono diventare attivi in diverse circostanze.
Tuttavia, se è vero che un trigger point attivo torna spesso alla latenza a seguito di un periodo sufficiente di riposo, in assenza di intervento cinico i trigger point non possono essere del tutto disattivati.

Quali sono le caratteristiche dei trigger points?

Tutti presentiamo in vario grado zone contratte che permangono nei muscoli tesi continuamente utilizzati.

Questi schemi possono essere riscontrati in abitudini posturali. La nostra postura, la capacità di muoverci e quella di operare in maniera fisiologicamente ottimale sono tutte affette da precisi schemi di contrazione muscolare.

Quando tale contrazione muscolare diviene cronica, finisce per influire su altri aspetti della nostra fisiologia quali il flusso sanguigno, il drenaggio linfatico e l’innervazione.

Pertanto, la nostra salute è intimamente legata alla salute muscolare.

La grandezza del muscolo non è una caratteristica essenziale per definire il grado, la gravità e la portata del dolore provocato da un trigger point all’interno di esso.

Per definire il grado di dolore è importante, piuttosto, il grado di iperirritabilità del trigger point. Ad esso vengono direttamente commisurate le caratteristiche e la durata del dolore stesso.

Più il trigger point risulta irritabile, maggiore sarà il grado di dolore in tutto lo schema di propagazione del dolore proiettato.

Alla compressione, un trigger point risulta molto dolente e può generare fenomeni autonomi come disturbi visivi o vestibolari, arrossamento degli occhi e lacrimazione.  O ancora un’alterata percezione dello spazio, corizia, riduzione dell’attività vascolare locale e modifiche della temperatura della pelle.

Il dolore viene percepito in zone lontane dal muscolo interessato secondo caratteristiche determinate.

La sofferenza miofasciale può essere caratterizzata da uno schema costante di dolore continuo, profondo, sordo e acuto, raramente descritto dal paziente come formicolante.

Ha un’intensità variabile, da scarsa a molto elevata, e può presentarsi sia a riposo che in movimento.

Il dolore o l’indolenzimento aumentano, in genere, con l’uso dell’allungamento del muscolo, con pressione diretta sul trigger point, con l’accorciamento del muscolo per un periodo prolungato. Oppure con una contrazione sostenuta e ripetitiva, in caso di tempo freddo o umido, infezioni virali e stress.

Un trigger point può partire da una tensione muscolare o da un uso eccessivo che provocano una sensibilizzazione dei nervi, accompagnata da un aumento del metabolismo cellulare e da una ridotta circolazione.

Secondo una prospettiva anatomica, le zone che tendono a sviluppare trigger points sono, in genere, quelle in cui è probabile che si creino una tensione meccanica più alta o una circolazione difficoltosa, a seguito di attività fisiche o stress posturali.

I muscoli i cui si sviluppano con maggiore frequenza i trigger points sono:
– sternocleidomastoideo
– trapezio superiore
– elevatore della scapola
– infraspinato
– paraspinali toracolombari
– quadrato dei lombi
– medio e piccolo gluteo

Anche se possono presentarsi all’interno di qualsiasi fascicolo in ogni muscolo del corpo.

Quali sono i rimedi per i vari trigger points? Come devono essere trattati?

Solo le tecniche di palpazione adeguate, concentrate e specifiche permettono al terapista di individuare i trigger point all’interno di un muscolo.

Attraverso la palpazione identifichiamo la rigidità generalizzata della muscolatura entro la zona più prossima al trigger point sospetto.

Palpando, individuiamo lo specifico muscolo accorciato e poi la particolare banda muscolare contratta all’interno di esso.

La palpazione continua e concentrata rileverà un’area lungo la banda che risulta particolarmente contratta e poi all’interno di essa un punto specificamente dolente: il trigger point.

La pressione diretta su di esso sollecita quella che la Dottoressa Travell chiama risposta con concentrazione muscolare localizzata, vale a dire uno scatto vero e proprio del muscolo, talora persino visibile e spesso avvertito dal paziente.

Inoltre, può esservi un “segno di sussulto”, cioè il paziente sobbalza o grida dal dolore.

La sofferenza in tal modo espressa è spesso maggiore di quella che il terapista si attenderebbe, dato il grado di pressione applicato.

Aumentando la pressione sul trigger point, gli schemi di propagazione del dolore possono manifestarsi nella loro integrità.

Una volta individuato, il trigger point deve essere disattivato, principalmente attraverso una compressione ischemica, un pinzamento o attraverso l’inserzione di aghi (se in possesso della preventiva abilitazione).

A seconda della specializzazione del terapista, quindi può essere effettuata l’inserzione di aghi, l’applicazione delle tecniche inibitorie (compressione ischemica e/o pinzamento) o iniezioni analgesiche o anestetiche, o di soluzione salina.

La compressione ischemica, una delle tante tecniche utilizzate dal massaggiatore (MCB), prevede di premere sul tigger point per 15/30 secondi, fino a percepire il “rilascio” dello stesso ed è seguita dalla manipolazione delle dande circostanti di tessuto muscolare per ridurre le circostrizioni locali e le bande muscolari contratte.

Le tecniche di “spray-and-stretch”, vale a dire l’applicazione del freddo durante l’allungamento del muscolo, risulta spesso utile dopo l’inserzione di aghi o la compressione ischemica.

Il trattamento viene completato dall’applicazione di calore umido per incrementare la circolazione nel muscolo interessato.

Quando la disattivazione/inibizione dei trigger point e delle contrazioni associate si considera sufficiente, al paziente vengono insegnate tecniche di stretching specifiche per quei particolari muscoli, le quali mirano a impedire che essi si accorcino di nuovo.

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Conclusioni

Si stima che attualmente il 90 per cento circa delle persone sperimenti, in un momento o nell’altro della vita, una qualche forma di dolore miofasciale, alla schiena, alla spalla, al collo, al gomito, che ha le sue radici in una disfunzione del sistema muscoloscheletrico.

A prescindere dal metodo, il buon esito del trattamento dei disordini provocati dal dolore miofasciale poggia in definitiva su una particolare capacità, quella di palpare. Vale a dire l’abilità di discendere le necessità del paziente attraverso il tatto.

Attraverso la palpazione, possiamo distinguere una muscolatura normale ed elastica da quella contratta o che contiene trigger point.

La palpazione può altresì contribuire a discernere la fonte del dolore miofasciale.

Le nostre mani ci trasmettono informazioni sull’allineamento delle articolazioni, sulla temperatura della pelle e del corpo, sul flusso vitale attivo, sulla superficie del corpo stesso.

Se adeguatamente addestrate, le mani possono “vedere” le strutture sotto la pelle: i muscoli, la struttura scheletrica e gli organi.

Nel lavoro miofasciale, le mani rappresentano il nostro strumento principale, se le abituiamo alle sfumature della percezione tattile e impariamo a utilizzarle in modo adeguato.

È altresì importante notare che il condizionamento di un muscolo dipende in ultima analisi dal condizionamento di tutto il corpo.

È assolutamente essenziale aiutare ciascun paziente a raggiungere un livello ottimale di salute con un programma che comprenda esercizi mirati in genere a rafforzare contemporaneamente la muscolatura e l’apparato cardiovascolare.

Ciascuna parte è, semplicemente, attuabile come tutto l’insieme.

Esaminare e trattare un singolo muscolo o un gruppo muscolare senza prendere in considerazione tutto l’insieme non è sufficiente.

Nella cura del paziente deve essere integrata una visione genarle di tutto il corpo.

In conclusione, riassumendo, la palpazione costituisce uno strumento diagnostico e di trattamento essenziale, che richiede un’attenta pratica, la capacità di visualizzare chiaramente l’anatomia muscoloscheletrica e unostato di rilassamento che aiuta a potenziare al massimo le capacità di raccolta di informazioni.

È importante ricordare che quando un paziente in preda a dolore viene toccato dal terapista nei punti “giusti”, sviluppa immediatamente un senso di fiducia, cosa che contribuisce a sua volta ad alleviare gran parte della paura e delle tensioni.

Ciò si traduce di per sé in un enorme beneficio terapeutico, che parte proprio da mani che comprendono, vedono e sentono.

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