Tra riflessioni pensabili di uno psicologo: lo spazio condiviso del Lockdown




Di recente mi sono trovata a riflettere circa una nuova posizione del terapeuta, del tutto priva di
letteratura, e per questo non esente da perplessità, che tuttavia sarei lieta di condividere in corso d’opera.

Lo psicoterapeuta è di norma chiamato a porsi nella cosiddetta “relazione asimmetrica”, entro la quale l’accoglienza del vissuto soggettivo del paziente è necessariamente ricondotta ad una griglia, una cornice di riferimento, a pregresse teorizzazioni.
A dirla tutta ritengo non siano nemmeno quest’ultime a determinare la sottile pratica psicoterapeutica; lo psicoterapeuta infatti si configura anzitutto come un esperto di relazione, a partire da se stesso, a partire dalla propria capacità di individuare i confini esistenti tra sé e l’altro, egli li traccia e li rintraccia…essi sono atti all’affondo in relazioni tanto profonde quanto preservate dal setting, in altri termini professionali: si potrebbe sicchè affermare la competenza della pratica psicoterapeutica insita anzitutto alla necessità di sviluppo di sufficienti strumenti di analisi, a partire dai movimenti interni dello stesso professionista, strumenti in grado di convogliare in equilibrate capacità di relazione e discriminazione tra ciò che appartiene al proprio e il contributo di ciò che è suggerito e/o portato dall’altro.

L’asimmetria di cui sopra sarebbe così garantita da una parte dalla stessa posizione professionale del
terapeuta, che a questo punto vanta di sapere teorizzato e pratica analitica, e da un paziente che si trova lì, in virtù della necessità di ricevere risposte e trovare soluzioni.

La storia della psicologia è colma di materiale inerente l’evoluzione della posizione della psicoterapeuta, posizione resa per l’appunto asimmetrica da una necessaria expertise e da, ancora più fondante, un’osservanza di confini relazionali; in virtù della stessa natura della professione, in qualità di esperto della relazione, lo psicoterapeuta è chiamato a sapersi muovere tra e attraverso più binari: i contenuti della narrazione che il paziente porta e la cornice relazionale che va dispiegandosi con quel particolare paziente, in quel particolare contesto e nel determinato momento storico dello stesso terapeuta.

Ma come si dispiega l’asimmetria alla luce del momento storico attuale? Come si muove lo psicoterapeuta alle prese con narrazioni pregne di contenuti che lui stesso vive per l’appunto in corso d’opera?
È alla luce di tale premessa che proverò a condividere quello che sto riscontrando, in tempo reale, nella
personale pratica clinica.

Alla luce di un dramma di portata epocale, le cui conseguenze risultano ad oggi difficilmente immaginabili, ciascun paziente, a suo modo, declina le proprie narrazioni nella crisi in atto: occupandomi in prevalenza di giovani adulti va da sé come le tematiche inerenti il futuro e i progetti di vita siano preponderanti.
Il pensiero e l’emotività del giovane adulto seguono il dinamismo della loro fisiologia, ed è raro che egli non si racconti in continue proiezioni e spinte in avanti.

In un primo momento della quarantena è stata mia premura apprestarmi, laddove necessario, ad
intervenire attivamente nel mantenere lucida la possibilità di discriminare il malessere contingente dalla struttura personologica; “una bolla” si diceva, riferendosi alla condizione creata da una circostanza che ha del surreale: come a dirci che al termine di questa fetta di storia ciascuno sarà la stessa persona di prima, come a scongiurare che un’esperienza così drammatica veramente non stia scompaginando ogni livello di priorità ed emotività, inducendo talvolta una necessaria riorganizzazione interna e di bisogni esterni.
E allora se è questo il “prima” di cui stiamo parlando, cui l’immaginario collettivo auspica, ecco io stessa mi sento chiamata a riflettere circa la mia pratica clinica, la mia posizione all’interno delle relazioni terapeutiche, l’asimmetria che riesco a preservare e quella che invece si consente più realisticamente del tempo, insieme al paziente, per riflettere ed ascoltare/ascoltarsi.

Ora più che mai si evince la natura sinergica della coppia terapeutica, intenta nel delicato avvolgimento e riavvolgimento del nastro narrativo, all’interno di una relazione che si nutre imprescindibilmente
dell’esterno.
Un esterno diverso o forse del tutto nuovo, un esterno che può far paura.
Coerentemente a tale riflessione mi chiedo come stia impattando lo tsunami storico-culturale che viviamo e che necessariamente riguarda entrambi i soggetti della diade.

Come si declina tutto questo nel delicato compito di riavvolgimento del nastro?
Scrivevo sopra “ il nostro è un lavoro fatto di relazione” a partire dallo stesso terapeuta.

Va da sé come le mie stesse elaborazioni siano e debbano divenire oggetto e strumento della pratica
psicoterapeutica; tra le tante incognite che abitano i miei pensieri si fa largo, con progressiva chiarezza, la consapevolezza di trovarmi prossemicamente in una posizione molto diversa da quella per cui sono stata formata fin qui, molto lontana dall’asimmetria concepita in origine.
L’angoscia di morte, l’ansia circa il futuro che quotidianamente emergono nelle sedute post lockdown, non sono forse i contenuti che abitano il collettivo, di cui io stessa prendo parte?
È allora che ho iniziato timidamente ad imboccare un sentiero meno battuto e per certi versi meno
asimmetrico: ritengo infatti fuorviante ricondurre ogni fatica, forma di angoscia e sconforto a quella bolla, a quella parentesi, di cui dimenticarsi una volta chiusa.
Può essere funzionale ricondurre le reazioni di ciascuno ad un assetto personologico di base, una struttura che, in quanto tale, consente l’accesso ad alcuni strumenti e non altri.
Ma cosa ne facciamo dei nuovi bisogni emergenti o di quelli che quest’evento e solo quest’evento ha
portato in luce? Possiamo realmente affibiarli alla contingenza, delegittimandoli nella loro fondatezza
strutturale?
Nella controversa diatriba tra quello che si potrebbe vedere in termini di natura e cultura, quindi tra ciò che è nostro di diritto, la nostra dote e ciò che invece è indotto e/o suggerito dalla cornice che viviamo, ritengo più realistico fare i conti con un’incognita che potenzialmente trascinerà in causa i bisogni e i livelli più profondi, un’incognita che per la prima volta nella storia vedrà paziente e terapeuta.

catapultati in uno spazio di condivisione diverso, che attinge con potenza all’esterno e che deve necessariamente diventare oggetto di riflessione, sicchè quello spazio di condivisione entrerà a far parte dell’assetto mentale del terapeuta e l’assetto mentale del terapeuta è indiscutibilmente il suo principale strumento di lavoro.

Articolo della Dott.ssa Sara Bragalini – Docente di Psicologia. Iscritta all’ordine degli psicologi della Lombardia. Ha conseguito la laurea magistrale in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università Vita e Salute San Raffaele)

Conclusioni

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